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venerdì 18 ottobre 2019

Tutto un mondo e oltre


Scuola dell'Infanzia, gruppo di bambini di cinque anni a cui viene chiesto - con indicazioni volutamente molto vaghe- di disegnare un paesaggio.
Questo è il disegno di mia figlia. 




Ieri, poi, mia figlia ha voluto disegnare. Si è messa al suo tavolo e ha deciso di fare "un libro degli alberi". Ha preso un libro dalla sua biblioteca di albi illustrati e ha copiato il primo albero che, sfogliando il libro, l'ha interessata.
Prima di cominciare il disegno le ho mostrato dei pastelli che, secondo la mia opinione, meglio si prestavano a ciò che voleva fare. Ne abbiamo discusso insieme, facendo dei piccoli segni su altri fogli e provandone altri; alla fine è stata d'accordo.
Ha cominciato a disegnare: io le ero al fianco impegnata in altro; all'inizio mi ha chiesto di aiutarla a capire come fare certe forme, se dovevano andare in su o in giù. Dopo aver disegnato le prime braccia del cactus con un po' di incertezza e di riguardo è andata spedita con tutte le altre e ha poi colorato a strisce.



Il primo disegno è la tipica raffigurazione di un bambino di cinque anni, se si guardano i disegni di una intera classe saranno tutti molto simili: in ogni disegno ci sarà la casetta con la stessa forma uguale per tutti e collocata da tutti nello stesso punto del foglio, il cielo raffigurato come una striscia sempre e solo azzurra. La casetta poggia su terra (marrone) o erba (verde) anche questa rappresentata da una striscia. Nel cielo splende sempre il sole: giallo, con la variabile dei raggi e di occhi e bocca a fare faccine sorridenti. Sono i tipici elementi che per fissità e per ripetizione costituiscono lo stereotipo. 

Il secondo disegno è qualcosa che non posso, e forse nemmeno voglio, spiegare - io stessa non sapevo che mia figlia fosse capace di fare un disegno così prima di ieri. 
Non è solo questione di un disegno ordinario, stereotipato, a confronto con un disegno potente, vibrante. 
Quello che sento con chiarezza è che, fra i due disegni, c'è tutto un mondo in mezzo. 
Quello che mi chiedo, in questa costante indagine che conduco nell'infanzia e nella creatività, è come
ampliare, sostenere, sviluppare tutto quel mondo che c'è in mezzo. E probabilmente anche oltre.  


venerdì 25 marzo 2016

Quando una maestra non fa un lavoretto nemmeno a Pasqua


Della mia ostilità verso il lavoretto ne ho parlato qui, spiegandovi come mai questa pratica, che ancora trova ampio spazio nella scuola, si sia guadagnata da tempo tutta la mia avversione. 
Per riassumere il mio livore: il lavoretto non lascia al bambino nessuna possibilità creativa, essendo per lo più l'unione di un progetto scelto da qualcun altro, compiuto come un mero, e spesso banale, esercizio di assemblaggio guidato.

Qui vi ho raccontato che però esistono anche alternative, e nello specifico vi ho parlato di una maestra che per Natale ha scelto di regalare ai genitori, come lavoretto, un catalogo di alberi di Natale realizzati dai propri figli secondo una sperimentazione del segno.
Ora, vi svelo un segreto. Io e le maestre di questa scuola (nella quale da ottobre conduco un Laboratorio Permanente Metodo Bruno Munari® ) abbiamo scelto di rinominare questo regalino festivo per i genitori, e in generale tutta la pratica, chiamandolo "l'anti-lavoretto". 

E dunque eccoci, siamo a Pasqua e  appena prima che le campane comincino a suonare noi dobbiamo consegnare un "anti-lavoretto".
Quest'anno la maestra ha scelto il tema dell'uovo.

Partiamo dall'inizio, proprio come un Laboratorio Metodo Bruno Munari®  .


Adolphe Millot, Nouveau Laurosse Illustré, 1897-1904

Cos'è un uovo?  
Chi fa l'uovo? Quante uova esistono?
Quelle della gallina, che conosciamo, ma anche quelle di struzzo -grandissime- e quelle di quaglia - piccole piccole. Ne esisteranno di più piccole? Si, basti pensare ai pesci, a quelle di salmone per esempio. E poi? I dinosauri facevano l'uovo? E quanto saranno state grandi? E chi altro ancora?




Di che colore è l'uovo? 
Giallino, bianco, rosato, marroncino, azzurro...




Che forma ha l'uovo? Non è un cerchio e nemmeno un rettangolo ma una forma, ovale appunto, così personale da dare il nome ad una forma geometrica




La maestra ha affrontato con i bambini tutti questi temi, con esempi visivi e discussioni critiche, esplorando le variabili dell'uovo e offrendo così ai bambini conoscenze e collegamenti fra le cose. 
Li ha incuriositi e resi attenti sulle possibilità e sulle differenze: forma, colore, dimensione. 
Ha infine raccontato loro come mai sono un simbolo pasquale e, sempre mostrando esempi visivi, perchè si usa decorarli per questa festa. 

L'osservazione attenta, sensibile, scientifica, ha portato ad alcune sperimentazioni.

Che forma ha l'uovo? Possiamo ritagliarla? 
Abbiamo visto che le uova sono di dimensioni e colori diversi: da carte colorate o recuperate da vecchie sperimentazioni, i bambini hanno ritagliato la forma dell'uovo. Avete presente che esercizio di concentrazione, di manualità e di coordinazione mano-occhio è questo? Sapete quanto è difficile ritagliare una forma ovale? Voi siete capaci?





Possiamo disegnare un uovo sperimentando segni diversi e con strumenti diversi?




Possiamo decorare un uovo di Pasqua con la sperimentazione del segno?









Tutte le opere che vedete sono state fatte dal gruppo di bambini di 5 anni, condotti dalla loro maestra Magdalena Lato, e raccolte in un catalogo di uova pasquali.

Ancora una volta la mia chiusa sarà sull'osservazione di quanta diversità, ricchezza, possibilità, c'è in queste opere. 
Pensate a quante cose hanno scoperto i bambini attraverso gli esempi visivi, il racconto, le riflessioni critiche circa quante uova esistono, e di quale forma, dimensione, colore.  
Pensate quanto la loro immaginazione si è messa in moto, quanto le loro conoscenze si sono ampliate.
E questo è uno dei punti base del Metodo Bruno Munari®: offrire ai bambini la competenza, sia essa teorica oppure pratica.
Perchè la creatività non è fare un bel disegno ma è scoprire, sperimentare, progettare. 
E' dall'osservazione attenta e sensibile, e dalla conoscenza, che si sviluppa la fantasia e si trasforma in creatività. 




giovedì 3 marzo 2016

Sul desiderio di disegnare: il Laboratorio della Forma


"...Quando chiedi ad una classe delle elementari in quanti disegnano, tutti alzano la mano.
Quando lo chiedi ad una classe delle medie, solo qualcuno alza la mano.
Quando lo chiedi ad un gruppo di adulti sei fortunato se uno solo alza la mano.
Quando mi chiedono quando ho iniziato a disegnare sempre rispondo: tu quando hai smesso di farlo?".

Queste sono le parole di Puño, illustratore, artista, esteta ed amico, in una conferenza sull'illustrazione e la creatività per MAD 2011, Madrid. 
Nella conferenza, che vi consiglio vivamente di vedere perché è davvero strabiliante (la trovate qui), lui dà una serie di validissime motivazioni sull'estinguersi della creatività in relazione alla crescita e al diventare esigenti verso la propria creatività.
Osservando i bambini e le attività che vengono loro proposte, ho notato quanto questa benedetta creatività venga da subito compromessa e indebolita, anziché realmente sostenuta. 

In questo post vi avevo raccontato quanto la creatività sia un tutto, quanto l'Arte non sia sinonimo di creatività ma solo un mezzo per sostenerla. L'Arte è un mezzo di espressione e di comunicazione archetipico, atavico, profondamente naturale - soprattutto all'inizio della nostra vita- per ognuno di noi. 
Una delle vie principali attraverso cui questo mezzo sboccia è il disegno. 
All'inizio il disegno è generato da gesti casuali: è lì che, quasi per caso, il bambino scopre che uno strumento lascia il segno. La chiamano fase degli scarabocchi, più avanti diventa disegno: lo diventa per noi che cominciamo a capirci qualcosa, lo diventa per il bambino che acquista consapevolezza e arricchisce i suoi segni con la sua esperienza del mondo. Compaiono  bambini, Omini Testoni, mamme papà nonni, case, alberi, il pallone, streghe e pirati e tutto quello che il bambino ha nel suo immaginario fantastico. 
E poi? 
Quando il bambino sa disegnare? Cosa gli viene proposto? 
Quanto abbandono c'è nella libertà del suo foglio bianco?
E un bambino che crede di non saper disegnare, che magari ha scoperto che non gli piace tanto, quanta paura può prendere davanti a tale abbandono? Quanto può sentirsi scoraggiato?

Ho sempre amato disegnare, fin da bambina. 
Sono fra quelle persone -poche come ci dice Puño- che possono dire ora, da grande, di non aver mai smesso di farlo. Ci ho costruito un lavoro, forse due o tre, e posso dire con certezza che disegnare è in assoluto la cosa che ho fatto di più nella mia vita e che più mi piace fare.
Eppure, ricordo il terrore del foglio bianco, del "cosa disegno ora"? 
Era un terrore legato per lo più a contesti scolastici laddove la creatività diventava, in un colpo solo, prova, prestazione, forse competizione, sicuramente risultato e in grande misura abbandono. 
Quel piccolo sgomento, volta dopo volta, prova dopo prova, mi seguiva anche a casa e si impossessava dei miei fogli bianchi. 
Avete mai riflettuto sul perchè si smette di disegnare? Sul perché un bimbo, magari ancora piccolo, dica che non gli piace disegnare? 

"Libertà che non sia abbandono" è proprio uno dei punti fondamentali del Metodo Bruno Munari ®, che su questo concetto ci viene in aiuto con uno dei laboratori base del Metodo: il Laboratorio della Forma. 
Fra i primissimi laboratori ideati proprio da Bruno Munari e progettati per la Pinacoteca di Brera e lì sperimentati per la prima volta, il laboratorio della forma ti offre la possibilità di essere creativo attraverso il disegno, sostenendo realmente le capacità del bambino, e solleticando, stuzzicando, allenando il desiderio di disegnare.

Cosa ti fa venire in mente questa forma? 


E se la ruoti?

Cosa la tua fantasia, la tua creatività, la tua inventiva riescono a vedere?



Ecco quello che ha visto, e poi disegnato, un gruppo di bambini di 4 anni. 

"La Onda"

"Montagna, una bimba e un cane"

"Un animale"

"L'acquario"

"Fantasma"

"Un coniglio"

"Un coccodrillo con nastro rosa"

"Due bimbi al mare"

"Un bambino" 

"Bambino"

"Elefante"

"Un orso"

"Un castello, che prima era un igloo"

"Un elefante"








giovedì 17 dicembre 2015

Quando una maestra non fa un lavoretto

Scuola dell'Infanzia, interno giorno, inizio di dicembre.
L'aria comincia a fremere, gli animi a ribollire: il Natale è alle porte e dobbiamo preparare il lavoretto! Natale, infatti, è uno di quei momenti dell'anno nel quale il lavoretto trova la sua massima concentrazione.
Le possibilità su cui far ricadere la scelta sono svariate e riguardano le principali figure natalizie: babbo natale, albero e Natività sono sul podio, seguiti da pupazzi di neve, angioletti, omini di pan di zenzero, renne. 
Anche i colori sono quelli tradizionali: molto rosso, parecchio verde, qua e là, come una nevicata, un po' di bianco. 
Fatta la scelta della figura natalizia, quale tipo di lavoretto scegliamo?


 © Cecilia Ramieri

Come lo completiamo?


 © Cecilia Ramieri


Come abbiamo già visto qui, per quanto buffo, simpatico, ben fatto il lavoretto è per definizione, e senza offesa alcuna, l'assemblaggio di pochi o tanti pezzi, solitamente scelti e preparati da qualcun altro, che non lascia spazio a sperimentazione e ricerca.
Ne consegue che il prodotto finale, di tutta una classe, sarà più o meno questo


 © Cecilia Ramieri

Ma non sempre, non in tutte le scuole, le cose vanno così. 
Da ottobre progetto e conduco Laboratori Metodo Bruno Munari® in una scuola della mia città che per prima (e al momento unica) ha voluto un Laboratorio Permanente Metodo Bruno Munari®.
Con questi bambini ho scelto di partire da un laboratorio base di Munari: il segno. 
Abbiamo sperimentato i segni diversi con diversi strumenti grafici, poi con le tempere, poi invertendo i colori: se prima erano strumenti neri su carta bianca poi sono diventati strumenti bianchi su carta nera. 
Un Laboratorio Permanente Metodo Bruno Munari® significa attenzione e ricerca che lavorano sulla continuità, e che sono in divenire e in ascolto. Di questo vi racconterò un'altra volta; è facile però intuire che tale impegno coinvolge pienamente le maestre che lavorano insieme a me in questo progetto. 
Curiosa e desiderosa di fare bene e meglio, Magdalena Lato, maestra del gruppo dei 5 anni, ha colto il senso della mia proposta sul segno ed è andata avanti. 
Ha chiesto ai bambini di provare a disegnare un albero di Natale cambiando lo strumento, il modo di usarlo, il tipo di segno. 
Ha scelto di dare ai bambini solo strumenti neri, ebbene si, anche se è Natale, perché i bambini si concentrassero sul segno e sul disegno invece che sul colore. 
In un secondo momento inviterà i bambini a comporre i loro alberi in un catalogo che sarà il regalo di Natale ai genitori (esattamente ciò che il lavoretto significa).

Vi invito a guadare con attenzione gli alberi di Natale di seguito, sono tanti, ma ne varrà la pena. Prendetevi un momento di respiro, proprio come gli alberi invitano a fare.
Osservate come certi strumenti portino a un segno grosso ed altri conducano al dettaglio.
Osservate come cambiando il tipo di segno cambi anche il tipo di albero. 
Osservate quanta diversità e ricchezza c'è in ogni fila, che corrisponde ad UN bambino. Quanti alberi ha fatto quel bambino, oltre a quello che già sapeva fare, che già faceva parte del suo immaginario e delle sue capacità, oltre allo stereotipo del solito albero verde? 






















giovedì 3 dicembre 2015

Quelle rose nel'insalata

Rose nell'insalata è un laboratorio Metodo Bruno Munari® che amo particolarmente.
E' famoso fra le mamme: può occupare un pomeriggio invernale o una giornata con i bimbi ammalati, quando la domanda che regna sovrana è: che si può fare di bello?
E' famoso fra gli insegnanti; ricorda gli stampini con le patate, o con i tappi di sughero. 
La sua riuscita è assicurata, la resa massima.
Rose nell'insalata è un laboratorio che chiunque può fare. Esiste addirittura un libro che ne spiega lo svolgimento. Il sentire intorno a questo laboratorio è che sia un laboratorio facile. 

Rose nell'insalata l'ha inventato Bruno Munari.
Dico questa prima cosa per attribuirgli il dovuto merito e la certa  paternità, ma soprattutto perchè tale origine già ci lascia sottintendere una certezza: è un laboratorio semplice ma laddove semplicità è sinonimo di geniale, immediato, acuto, unico. 

E' scoprire una tecnica: quella della stampa. Dobbiamo avere un cuscinetto inchiostrato, che si chiama tampone, ed esercitare su questo una leggera pressione. Ora la parte inchiostrata potrà essere trasferita su un'altra superficie. 
Significa comprendere, o quantomeno avvicinarsi, al concetto di matrice, di inchiostrazione, di serialità.
Perché la stampa sia più pulita, più precisa, l'ortodossia del laboratorio direbbe di usare i tamponi con l'inchiostro, non la tempera. 




E' una sperimentazione: cosa cambia se taglio la verdura in punto diverso? E se mentre schiaccio la premo un po', se la ruoto, se...?
In quanti modo posso usarla? 


Porro da entrambi i lati

Un solo colore, tanti colori, inchiostrato ogni volta, inchiostrato solo una volta lasciando che il colore via via si scarichi. 

Porro


Zucchina in tanti colori

E' avvicinare i bambini alle regole della comunicazione visiva

Distinzione, addensamento, piccolo-grande

E' l'inizio di una riflessione sul concetto di texture

Sedano

Non è un laboratorio facile; non è un pasticcio colorato, un caotico riempimento di un foglio con uno strumento chiamato timbro. 


Non è nemmeno un laboratorio per far mangiare la verdura ai bambini (voi non ci crederete, ma a proposito di questo laboratorio ho sentito dire anche ciò!).

Nel 1974 esce per Giulio Einaudi nella collana Tanti Bambini curata dallo stesso Munari, la prima edizione del libro "Rose nell'Insalata".
In questa prima edizione c'è una manciata di righe che oggi non troviamo più in quella dell'Editore Corraini. 
"(...) Quando la mamma pulisce l’insalata, taglia le foglie vicino al gambo; con un taglio solo le taglia tutte e butta via questo tronchetto con ancora l’attaccatura delle foglie. Ecco dove si nascondono le rose. La mamma non lo sa (...)"

Allora ecco Munari, nella sua immensità. Eccolo che ci offre un gioco che non è un modello che ti rende dipendente, ma che ti insegna a pensare, a guardare ogni cosa con occhi diversi, di scoperta, di invenzione, di stupore. 
Le rose si nascondono nell’insalata, la mamma taglia tutti i giorni la verdura, eppure non lo sa: cosa ci serve per scoprirlo? 
Quanta fantasia, quanto divertimento, si nasconde in gesti o oggetti quotidiani?